Documento n.1 

 

Costituzione concetti di base della realtà virtuale.

 

 Roma, 22 febbraio 2012

 

  In primo luogo dovremo entrare nella logica virtuale per poi costruire i primi concetti base; molto si è scritto di questioni politiche sul cyberspazio ed vi è una vasta letteratura sulla gestione sociale, si è addirittura arrivati ad fare delle prime selezioni  attraverso una mappa delle ideologie nella  rete, creando una serie di profili che rappresentano altrettante "scuole di pensiero", ideologie o solo atteggiamenti nei  confronti dell'impatto sociale e culturale dell'internet, tra considerazioni  ottimiste o  scetticismo della storia digitale, gli uni vantando ragioni e motivi contro gli altri, ma la questione è tutt'ora aperta, tra quelli che sognano web dell'avvenire e quelli che vedono solo il colore dei soldi. Quelli che vedono che tutto migliorerà nella rete e quelli che vedono solo una minaccia per i nostri valori.

  Vi sono stati alcuni autori ed alcune associazioni che hanno affrontato il problema, anche dal punto di vista della legalità in seno alla proprietà privata ed in un periodo estremamente recente la magistratura americana ha emesso alcune prime sentenze a favore di risoluzioni tra controversie legate a problemi ereditari  di "proprietari" di alcune aree in "second life".

  In effetti la possibilità di fare economia; commercio; business e sopratutto politica, nei mondi virtuali è indubbiamente naturale, considerando che sostanzialmente si comunica in una realtà dove sussistono e la caratterizzano interessi privati e collettivi.  Del resto se nascono problemi intorno alla proprietà e quindi d'interesse, a  maggior ragione nasce la necessità della creazione di una "governance" che possa gestire i mondi virtuali, dove esiste un  libero scambio di beni,  di lavoro e di capitale e di profitto dove si  realizzerà ovviamente anche un regime fiscale per gli abitanti. 

  Partiamo dal presupposto che questa "reale astrazione" dove si coniugano delle materialità di elementi  "antichi" il cui cardine di questo tipo di mondo è rappresentato da: notorietà,  visibilità, affermazione delle propria personalità, delle proprie idee, del proprio movimento politico, etc. a delle "moderne" materialità che vanno ad aggiungersi alle vecchie non sostituendole ma sovrastandole attraverso nuove funzioni principali tipiche dei nativi digitali quali: il piacere d'incontrarsi, la soddisfazione della costruzione di un oggetto apprezzato, la tranquillità di trovarsi in un ambiente comune, etc. 

  Tutto questo è rappresentato da una radice comune che ha come obiettivo la simpatica armonia del divertimento, con la miscelazione ottimale di più variabili che permettono di arrivare alla definizione di una funzione del benessere sociale che soddisfi la comunità della rete.

  Per arrivare ad una prima forma di equilibrio "d'interesse comune" è chiaro che vi è la necessità di indirizzi di direzione, che vengono percepiti e gestiti nel modo migliore da una governance riconosciuta dalla collettività dei mondi virtuali.

  Mi domando, ma se nella politica reale esistono incentivi  per equilibrare le necessità della collettività, anche in quella virtuale tali necessità sorgeranno? Quindi coloro che avranno nell'attualità ora esaminata, dei ruoli decisionali, saranno ovviamente portati ad usarli cercando di trovare le migliori soluzioni per le necessità dei loro elettori virtuali, dando vita ad un modello di nuovo mondo dettato da nuove regole, rappresentative delle reali necessità dei nativi digitali abitanti nella società in rete.

 

          Lanfranco Stavolone

 

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MODDS 2

 

Documento n. 2

 

La vitalità nella rete

 

25 febbraio 2012

 

  Continuando il "viaggio" nel mondo del cyberspazio, partendo dalla definizione oramai consolidata che internet non è un semplice  “strumento” di comunicazione,  me un vero e proprio “ambiente culturale”, nel quale, si possono creare delle forme nuove  d’insegnamento quali: la commercializzazione, l’economia, la politica, che contribuiscono a stimolare le relazioni  i contatti per arrivare ad convivere nel nuovo mondo, abitandolo ed organizzandolo.

  Nel mio precedente scritto accennavo hai nativi digitali, che si differenziano dai immigranti digitali  per il semplice fatto che vivono nella rete e ne sono parte integrante. Per meglio capire questo concetto, della differenza tra i due lo possiamo tranquillamente spiegare attraverso un esempio pratico: il nativo digitale che acquista una macchina fotografica dirà – ho comprato una macchina fotografica – l'immigrante digitale dirà – ho comprato una macchina fotografica digitale- ; in buona sostanza per un nativo digitale la rete non rappresenta qualcosa di separato rispetto alla vita di tutti i giorni, ma diventa in modo invisibile ed integrante parte della sua quotidianità.

  L’essere umano non resta immutato di fronte a questa nuova realtà e non si crea uno sdoppiamento di personalità, ma viene assorbita durante il passaggio continuo tra reale e virtuale, nel quale assorbe in parte  i suoi messaggi di tecniche di comunicazione ancora prima dei contenuti. Ovviamente la “navigazione” in internet rappresenta una via per la conoscenza. Nella ricerca di informazioni  sempre di più il “motore di ricerca” di google  programma risposte spesse volte esaustive. Quindi i nativi digitali nel cyberspazio si muovono concretamente vi abitano effettuano pagamenti ed acquisti, vivono e si incontrano in dibattiti negli angorà, propongono soluzioni e nuovi programmi, etc. la rete è come l’ambiente della vita.

  Internet connette le persone, ma ognuno però costruisce la propria “identità di rete” identità fittizia, come in un gioco , in questo aspetto si dimostra la fragilità della rete, perché ciascuno potrebbe far credere di essere ciò che non è a livello di età, sesso, professione, senza alcuni elementi di controllo sentirsi libero di esprimersi secondo una sua personalità che vuole crearsi. Il messaggio che viene trasferito,  è la propria identità e si identifica con esso.  

  Disconnettersi o chiudere il programma si sostanzia in una chiusura delle relazioni, al contrario si può rafforzare se si entra nel mondo reale, ma a questo punto usando un termine nuovo si crea un “buco” nella rete, dimostrando nella sostanza che “l’amicizia mediatica” se non ha un aggancio alla realtà ha una sua volatilità e solo ritornando alla radice è possibile consolidarla.

  La piattaforma virtuale del social network è in effetti un aiuto alle relazioni ma come dicevamo vi deve essere una conoscenza diretta, per arrivare a non banalizzare il concetto di amicizia. La società digitale non si dovrà considerare nei contenuti, ma come si diceva attraverso le relazioni e lo scambio dei contenuti che avviene nelle relazioni.  Si viene a creare una nuova grammatica della rete, dove le diverse opinioni si costruiscono e si formano come "testimonianza".

  E’ ormai prassi che nell’acquisto di un prodotto, per considerarlo valido si leggono le opinioni degli altri il numero degli acquisti effettuati e le relative recensioni.  Si genera un contenuto che nasce da una serie ripetuta di opinioni dell’utente- fruitore in forma come dicevo di “testimonianza”.

  

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 MOODS -  3  

 

Documento n. 3

 

"identità digitale in rete" 

 

 

Roma, 8 marzo 2012

  

In questo terzo documento  entriamo  nella delicata tematica della identità digitale nella società in rete.

  Gli attuali strumenti digitali sono stati implementati ed in alcuni casi sostituiti a quelli tipici della tradizione dell'era industriale, provocando un ampliamento della abilità dialogica e conseguentemente la crescita esponenziale della complessità culturale mai raggiunta in precedenza dando la possibilità di superare gruppi e culture a cui originariamente si appartiene.

  Indubbiamente questo nuovo modo di poter comunicare se da un lato è un elemento positivo, come influenza e influenzerà con le dovute implicazioni del sé dialogico nei nativi digitali ? In proposito Hannerz (1992) ha proposto il concetto di  "flusso culturale"  composto da tre dimensioni, il modo di pensare, è cioè l'intera gamma di valori, commenti, etc. condivisa da persone appartamenti  al medesimo contesto sociale; le forme di esternalizzazione, che rappresentano le varie forme in cui il pensiero diventa scienza, arte, eno-gastronomia, etc.  la distribuzione sociale, che è la modalità di distribuzione dei modi di pensare e delle esternalizzazione delle persone.

  Gli antropologi pongono la maggior parte della loro attenzione alle prime delle tre dimensioni, nell'attuazione dei significati dei gruppi o di determinate società, in  alcuni casi correlata alla seconda dimensione nelle forme di esternalizzazione, ma la terza dimensione che rappresenta l'impatto di come viene distribuito il pensiero nella popolazione è stato puntualmente ignorato.

  In realtà la terza dimensione in un mondo estremamente globalizzato impatta fortemente sulla seconda e sulla prima e attraverso la comunicazione tecnologica, il fenomeno di espansione si apre a "macchia d'olio" miscelando commenti, valori, idee, facendo emergere nuove relazioni dialogiche.  Quindi  la concentrazione di cultura geograficamente localizzata e definita su confini ben precisi è messa in discussione se consideriamo le nuove realtà digitali, dove la cultura "viaggia" ed incontra altre culture, creando dei  "contenitori" nei quali si incontrano idee e prodotti.

  Ora mi chiedo, se partiamo da presupposto dialogico che nel cyberspazio il ruolo d'identità può essere costruito attraverso un nickname o addirittura incarnare una nuova identità tridimensionale, avatar come nelle maschere del teatro greco,  accogliendo il proprio sé di come realmente desideriamo di essere, ci creiamo  attitudini  valori e stili, con nuovi posizionamenti esenti dalle restrizioni delle strutture sociali tradizionali.

  Da queste premesse si arriva lentamente ad una nuova identificazione delle "identità" non più dalle organizzazioni o dalle istituzioni dai quali vengono definiti i ruoli o più ruoli (esempio impiegato, allenatore di calcio, politico ecologista, etc), che risponde al concetti tipico della società dei consumi, dettate dai sociologi della collettività i quali identificano l'identità come funzione primaria, collegata ad una specifica attività sociale e quindi nella loro erogazione tra individuo e istituzione.

  Pertanto dal ragionamento del ruolo sociale in cui una  persona è inserita, nasce spontanea la conclusione che l'identità in questo caso è costruita in relazione all'organizzazione in cui l'individuo si trova ed i suoi rapporti con le altre istituzioni. 

  Manuell Castells definisce in modo chiaro le diverse costruzioni in: identità legittimante, rientrano nella teoria delle autorità e del dominio anche nazionalista; identità resistenziale; coloro che appartengono alle istituzioni della società costruiscono una resistenza essendo in posizione svalutata, un esempio può essere dato dal nazionalismo etnico,  nasce da un risentimento contro una ingiusta esclusione politica economia e sociale, identità progettuale; sono coloro che costituiscono la società civile e cercano di trasformare la struttura sociale nel suo complesso. In alcuni casi dovremo considerare il passaggio tra identità resistenziale a quella in progressione progettuale.

  Il problema di fondo rimane sempre l'effetto della trasformazione e la creazione di una nuova identità collettiva nella migrazione nella società in rete. Quindi nascono delle regole nuove, dovuta al passaggio verso il cyberspazio con trasformazioni sociali, politiche e culturali.

  L'elemento centrale è rappresentato e lo sarà sempre di più in modo incisivo in un futuro oramai prossimo di una cultura convergente racconta in TV, radio, giornali e internet, nella quale le regole del "gioco" sono dettate da nuove formule e pressioni mediatiche completamente diverse rispetto al passato .

  Questo però non dovrà far arrivare alla logica soluzione che i media elettronici domineranno la politica, perché i legami tra ideologia e quindi identità e politica sono rappresentati da schemi estremamente complessi , che possono mutare indipendentemente dalle previsioni o dalle strategie.

  La nostra riflessione può essere già in parte confermata nel caso delle ultime elezioni in Iran,  dove le comunicazioni tradizionali enfatizzavano  sui risultati senza un elemento di critica costruttiva, tali comunicazioni sono state superate a livello internazionale attraverso una comunicazione internet, influenzando in modo diverso le notizie governative. Quali sono allora i punti di convergenza tra la comunicazione in rete e lo studio dei processi politici democratici? Se partiamo dal principio di una comunicazione di tipo dinamico che procede in un0unica direzione basato sul concetto di “trasmissione”, il modello comunicativo che ne deriva è estremamente semplificato raccogliendo due elementi; chi effettua la comunicazione e chi la riceve, conseguentemente il rapporto per la sua natura è asimmetrico.

  Diverso è il caso in cui l’approccio è “relazionale” tipico della comunicazione in rete, i cui contenuti poggiano sulle linee della relazione e quindi simmetrica nella sua origine,  ovviamente si rendono comunicativi solo fenomeni molto specifici.

  Questo tipo di comunicazione relazionale comporta ovviamente maggiore complessità perché difficilmente  “tollera” un grado semplicistico di comunicazione, essendo legato a dinamiche sociali e virtuali di natura molto variegata sia di elementi che di contenuti, i cui effetti di feed-back nei confronti di chi amministra la politica potrebbero essere completamente diverse da aspettative di risposte positive.

  Dobbiamo però considerare che l’approccio al virtuale nella situazione attuale risente di elementi legati alla manualità operativa dovuto al notevole “gap” culturale rappresentato dal digital divide, elemento frenante alla crescita di una cultura convergente.

  

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MOODS

 

"Ambiente Virtuale"

    

Documento  n. 4        Roma 10 marzo 2012

 

 

  La creazione "dell'ambiente virtuale" ha una serie di limiti e di problematiche ancora non risolte, essendo una realtà complessa,  con implicazioni economiche e sociali, per cui vediamo  di focalizzare i punti critici in modo più  dettagliato.

  La tipica immagine che riscontriamo nella cultura dell'ambiente mediatico è caratterizzato nell'angorà o piazza o luogo pubblico dove è possibile sviluppare rapporti di natura interattiva e partecipativa.

  Dobbiamo considerare lo spazio pubblico come un'area libera dove è possibile fare molteplici incontri che possono essere sia programmati che imprevedibili.  Da qui si possono costruire delle relazioni durature e forti tra singoli partecipanti o tra gruppi partecipativi.

  Indubbiamente questo spazio dove si parla e si discute in cui il proprio sé può essere espresso, scambiato e condiviso confrontandolo con quello degli altri, fa si che vi sia una caduta di livelli di gerarchia o di priorità, senza che emerga una ragione di competitività trovandosi tutti sullo stesso piano.

  Questa aggregazione democratica porta verso un nuovo "modus operandi" perché cresce non dal principio di natura verticistica costruita in modo centralizzato in cui la "relazione" è guidata e controllata anche nel suo sviluppo verticale, ma è di natura spontaneistica e di rapporto "punto a punto" e  fa si che vengono a cadere le relazioni uni-direzionali asimmetriche tipiche dei mass-midia dove la condizione di partenza è uno a tutti.

  La nuova realtà virtuale che nasce, si presente  come un' ambiente complesso e se partiamo dal principio che comunico solo con chi ha gli stessi interessi ponendo l'attenzione in modo selettivo,  portando  a riconsiderare la "piazza" come struttura aperta,  ponendo  l'accento però, su  un aspetto fondamentale, che è il "rapporto di fiducia" che si viene a costruire tra l'emittente e il ricevente creando dei possibili percorsi di navigazione arricchendo la relazione di contenuti.

  Detto ciò, indubbiamente si è portati a valutare l'ambiente virtuale nella sua configurazione in modo estremamente positivo nella libera espressione del sé, ma accanto ad esso vi è,  come commenta Roger Siverstone  (scomparso nel 2006) grande studioso dei media, in cui da una definizione di ambiente virtuale come di uno "spazio virtuale della cacofonia", essendo uno spazio aperto sempre più caotico e frammentato soggetto alla più grande confusione , il rumore.

  Silvestorne nel libro mediapulis ne osserva alcuni aspetti "la spettacolarizzazione dell'io la commercializzazione ossessiva, la richiesta continua di aver fiducia e di credere in ciò che viene proposto, il crollo delle distanze e delle differenze la confusione e la commistione di pubblico e privato, al perdita del rispetto della privacy, la volgarizzazione di ciò che è serio e la legittimazione di ciò che è banale, lo sfruttamento di chi è debole e vulnerabile, l'erosione dei confini tra reale e virtuale e immaginario, tra notizia e intrattenimento".

  Secondo questa immagine le considerazioni portano a concludere che il sistema dei media attuali, i contenuti non vengono considerati perché hanno tutti lo stesso valore potenziale, la differenza è rappresentata dall'interesse che suscitano, dall'audience e dagli introiti pubblicitari. Tutto questo comporta una presentazione dell'immagine di ambiente virtuale estremamente diversa dalle nostre considerazioni iniziali,  dove il livello  di attenzione al problema prevedeva un'ampia gamma d'incontri costruttivi in un luogo  sereno di scambio di opinioni e di idee, ad una visione completamente diversa, di un mondo virtuale dove si perdono: relazioni, gerarchia di valore e d'importanza, dove tutto e discutibile ed apertamente critico. 

  Dall'analisi si detrae che l'ambiente virtuale è estremamente complesso, in cui regna oramai sinfonia e cacofonia, tipiche di una società in cui è rappresentata la normalità attraverso dei rapporti di natura reale,  ma nel cyberspazio non esistono come nel mondo reale spettatori, ma siamo tutti attori perché tutti coinvolti, volenti o nolenti, nelle vittorie e nelle sconfitte, nei progressi e nelle tragedie degli altri.

  Lo spazio ora definito porta ovviamente delle implicazioni culturali  e diventa quindi essenziale dover vagliare, riconoscere ed allearsi con tutto ciò che è difesa e promozione della dignità umana, ovunque sia e da qualunque esperienza sociale emerga. Questo è un aspetto fondamentale della lotta per il "rispetto" dignità umana che è un tratto fondamentale del nostro tempo.  Quindi è necessario avere una competenza comunicativa ?   

  Nell'epoca di internet e dei media diffusi, dei social network la competenza comunicativa non può riguardare solo gli specialisti, i professionisti, ma anche tutti coloro che

  partecipano con il loro consenso. Se partiamo però dal presupposto che nell'ambiente virtuale tutti possono partecipare è ovvio che tutti possono essere dei comunicatori efficaci nella rete delle relazioni, come individui emittente e ricevente, il problema che rimane sospeso è la "credibilità della comunicazione" che non riguarda solo i professionisti, ma tutti coloro che vi partecipano.

  Proprio in considerazione  di questo nuovo concetto ora espresso " la credibilità in rete" che possono nascere campi di tensione, dove si scontrano grandi gruppi economici, politici ed editoriali in cui vi è una lotta accanita per conquistare i consumatori e/o gli elettori, allargare il proprio spazio, il proprio dominio, attraverso una propaganda politica per l'affermazione delle proprie ideologie.

  Vi sono però presenti le così dette "voci alternative, di minoranza e di azioni individuali", che trovano nelle nuove tecnologie una importante opportunità di azione e di espressione, con l'obiettivo di non farsi travolgere, in un' ambiente mediatico dove è e resta un campo di interessi forti, aggressivi, attraverso una scelta di aggregazione di gruppi e/o individuando dei media anch'essi utili ed efficaci.

  Un'ecologia delle relazioni umane, dove attraverso delle forme di riequilibrio delle relazioni sociali si possa arrivare nell'ambiente virtuale ad una giustizia relazionale.

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Documento n. 5   

 

La collaborazione di massa

 

   studiando i concetti economici dettati da Don Tapscott e Williams, vedo con grande soddisfazione che rappresentano l’elemento di congiunzione tra una logica di politica economica e il social –network  rappresentato proprio dalla termine da utlizzato la  wikinomics, che porta alla logica di uno scontro dialettico ed accrescitivo su come orientare la politica economica nella realtà virtuale.

  In effetti in un passaggio del libro di Don Tapscott scrive in modo aperto delle potenzialità di “collaborazione di massa”: Le risorse e la potenza computazionale di miliardi di persone si stano aggregando fino a dare vita ad una forza collettiva smisurata. Queste risorse vengono alimentata da nuovi canali rappresentati da chat, wiki, blog, personal broadcasting ed altre forme di comunicazione peer – to – peer.

  Quindi assurdamente il movimento spontaneistico che nasce nel social – network può trovare applicazione attraverso delle forme implementabili nella realtà virtuale. Per società virtuale intendo quella società creata da queste nuove fonti di notizie, intrattenimenti e servizi auto-prodotti.

  La continuità che viene a crearsi è di tipo accrescitivo portando dei profondi cambiamenti nelle struttura economica della società, nella quale come afferma Don Tapscott, “le aziende coesisteranno con milioni di prodotti autonomi che entreranno in contatto e si dedicheranno alla co-creazione di valore all’interno delle reti a maglie larghe”.

  A questo punto lo schema di partenza costruito mesi fa, in cui descrivevo le due aree: la società virtuale e il social –network collegate attraverso la solidarietà e la sussidiarietà, cambia in modo “rovesciato” per cui l’elementi di partenza sono rappresentati dal movimento spontaneistico che si è venuto a creare e che va ad incidere sulla società virtuale e reale.

  Castronova ha studiato ed interpretato i “mondi sintetici” partendo dal presupposto del “game” e del piacere di collegarsi, inserendo dei concetti economici di soluzione di questi effetti. Don Tapscott, vede tutto questo in modo diverso dando un approccio più sistematico, come eventi di natura accrescitiva che se ben orientato possono e potranno sviluppare una nuova economia.

  La sua però è solo una logica riflessione di come si svilupperà il fenomeno, ma non pone le possibili forme di incentivazione per orientarle a favore di un benessere sociale.   Don Tapscott è sempre convinto che oggi viviamo nell’era della tecnologia non fatta di macchine intelligenti, ma di esseri umani che attraverso le reti riescono a mettere in comune la loro intelligenza, conoscenza e creatività allo scopo di apportare innovazioni radicali nella creazione della ricchezza e dello sviluppo sociale.

  Quindi le applicazioni del networking possono  cambiare l’intelligenza dell’impresa applicando il know-how collettivo al problem-solving e all’innovazione. Allora perché non applicare “l’intelligenza reticolare” all’organizzazione politica determinando una forma di “risveglio sociale” più ampio in termini di conoscenza sociale della comunità?

  Sempre se consideriamo i nativi digitali usano le tecnologie digitali per trasformare il mondo che ci circonda e non sono disponibili ad accettare passivamente ciò che gli viene proposto dalla società dei consumi avendo voglia di operare delle scelte ed effettuare delle forme di autentica pubblicità attraverso una personalizzazione e controllo sui prodotti, che vengono realizzati da loro.

  Pensiamo come sono riusciti a creare dei programmi televisivi software e film dando vita a nuove forme d’arte, contribuendo alla nascita di nuove forme creative e filosofiche. Questo mi porta ad affermare il concetto su cui sto lavorando da mesi, cioè quello di cambiare per questa generazione attraverso un sistema educativo, rafforzando il concetto di uno sviluppo di risorse “collettive” che possono con il tempo creare linguaggi nuovi e combinazioni forti partendo dal principio di una collaborazione globale, creando un mix-mach di combinazione ottimali.

  Nell’economia collaborativa il vero vantaggio non è sui costi (concetto che sino ad oggi ha portato a dare una valutazione, forse l’unica, positiva della globalizzazione) ma piuttosto, sono sulle infinite innovazioni e diversificazioni che si gioca realmente la possibilità di portare ad un vantaggio competitivo per la crescita globale sia per i paesi sviluppati che in via di sviluppo.

  Quindi rispetto al progetto iniziale, nel quale partivo da una applicazione della teoria economica ed attraverso l’equità e sussidiarietà e solidarietà si arrivava ad una sua reale comunicazione con il social-network,  ora la valutazione viene posta sulla realtà virtuale osservata in cui nascono delle “intelligenze reticolari” che si sviluppano a vettori, idee, concetti, contenuti nuovi, che si “spalmano” attraverso una etica economica,  nella tecnologia digitale miscelandosi nella “catena del valore” con nuovi elementi che hanno l’obiettivo di dare maggiore valore ed equilibrio alla vita privata al lavoro e soprattutto diano giusta importanza al divertimento.

 

 

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DOCUMENTO n. 6

 

  Intelligenza collettiva

 

  Nel documento n. 5 ho insistito sul concetto dettato da Don Tapscott della collaborazione di massa.  In effetti, i fatti dimostrano come molte collaborazioni nate da un'insieme di idee provenienti da diversi luoghi della terra abbiano portato (grazie alla attuale tecnologia di comunicazione mediatica) a delle scoperte innovative importanti fino a pochi anni fa, impensabili da raggiungere in così breve tempo.

  Ciò che nella maggior parte dei casi viene subito percepito, sono i risultati,  poi da qui,  si avvalora chi ha partecipato, lo sforzo comune, le possibilità di business, i passaggi successivi per ulteriori scoperte, etc. Ma qual' è la radice per cui emerge questa forte tendenza di collaborazione ?

  Indubbiamente dall'intelligenza, come intende Lévy, è l'unione delle facoltà cognitive, ovvero la capacità di percepire, imparare, immaginare e ricordare.  L'esercizio di queste facoltà cognitive implica sempre una partecipazione collettiva e sociale.  Noi non pensiamo mai da soli, ma sempre nel contesto di un dialogo a due o più voci reali o immaginarie. Le nostre facoltà mentali sono, quindi in funzione della partecipazione a comunità viventi con reali problemi connessi.

  Le conoscenze, valori e strumenti, trasmessi attraverso la cultura costituiscono la base intellettuale e morale su cui partono i pensieri individuali si sviluppano e si modificano, producendo spesso soluzioni importanti. La cultura rappresenta quindi,  il vero volano che permette d implementare le nostre facoltà cognitive.   Da qui le nuove tecnologie libere nel cyberspazio permettono di creare sinergie della conoscenza ed aiutano a creare "un'intelligenza collettiva", definizione di Lévy.

  Come ho già avuto modo di scrivere nella precedente corrispondenza, i media classici partono con una comunicazione univoca uno - tutti,  in cui i percettori sono elementi passivi, isolati gli uni dagli altri.  Nel cyberspazio, invece, il rapporto è tutti a tutti, ciascuno è potenzialmente emittente e ricevente in uno spazio qualitativamente differenziato, non rigido, regolato dai partecipanti.

  Le persone non si conoscono per i vari nomi o per la loro collocazione geografica o sociale, ma in base a dei comuni interessi, il collante comune del sapere, con la ricerca utilitaristica delle informazioni, alimentato da un percorso intellettuale.  Si migra così, attraverso un passaggio graduale,  dall'intelligenza collettiva al collettivo intelligente.

  Ragionando in termini d'impatto, la scelta non si pone più tra la nostalgia di un reale datato e un virtuale ostile o piacevole,  ma tra diverse concezioni del virtuale.   O il cyberspazio produrrà la spettacolarità del consumo commerciale, assorbendo la logica del reale, oppure dovremo assecondare le tendenze evolutive positive in corso, dando sostegno al progetto del collettivo intelligente.

  Per cui tornando hai concetti di Don Tapscott nella wikinomimics, la burocrazia e le altre forme organizzative  autoritarie, non permettono una crescita spontaneistica dell'intelligenza se non incanalata da un progetto che, viene imposto dall'alto, non produce cultura e non sprona a pensare con la propria testa, ma rimane la soggettivazione ai media ed allo status quo.

  Sembra assurdo, ma i primi a cogliere il senso dell'intelligenza unica,  furono i filosofi arabi Averroè (1126) in seguito anche i persiani ed ebrei, che tematizzarono l'idea dell'intelligenza unica e separata,  la stessa per tutto il genere umano, che può essere considerata un intelletto comune, una coscienza collettiva.  Da questo concetto fondamentale deriva la "democrazia elettronica" di cui Ti accennavo nelle mie prime lettere tematiche. 

 

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DOCUMENTO n. 7    

 

Comitato intelligente 

 

 

Roma, 15 marzo 2012

  

 

 La logica dettata da Averroé (1126), che parte dal concetto di un' intelligenza comune,  indubbiamente latente e nascosta, nella nuova realtà virtuale sta venendo alla luce.  Non a caso gli arabi trovarono attraverso l'islam la loro forza di coesione. Come mai però  prima d'ora queste potenzialità sono rimaste celate ? La ragione è stata esamina nelle precedenti lettere tematiche in cui si individuavano le cause, dalla condotta delle istituzioni alla inazione.  Oggi però gli strumenti sociali grazie alla funzione mediatica permettono di avere delle nuove alternative: la possibilità della creazione di gruppi non fortemente strutturati, che operano fuori dalla logica di profitto e della direzione manageriale.

  Si sta quindi delineando una terza via attraverso le reti informatiche che abilitano a nuove forme di azione attraverso la collaborazione collettiva, rendendo possibili la creazione di "comitati intelligenti" che rappresentano una nuova sfida allo status quo. Non è causale che l'ecologista, imprenditore, giornalista e scrittore Paul HAWKEN (2008) abbia scritto un libro "moltitudine inarrestabile",  nel quale descrive lo sforzo delle organizzazioni che ogni giorno nascono, impegnate nella difesa della giustizia sociale e nella promozione della sostenibilità ecologica.

  La maggior parte sono piccole, piccolissime organizzazioni no-profit, che non vengono rilevate dai media tradizionali, il potere politico spesso le ignora e cerca di intralciare o di sminuire le loro attività.  Queste associazioni vivono fuori dagli schemi tradizionali,  si servono di tecnologia per comunicare e creare dei network sempre più estesi e costituiscono sostanzialmente il più importante movimento della storia dell'umanità.

  Indubbiamente la letteratura sulla collaborazione è vasta e spesso confonde le idee, di fatto la collaborazione non ha bisogno di spiegazioni: è tutto naturale.  La domanda più complessa, è come si possa arrivare a collaborare,  con persone con le quali non abbiamo relazioni ? Purtroppo non esistono ancora spiegazioni interdisciplinari convincenti per questo fenomeno; esistono come già omologato dei "comitati intelligenti" per dei singoli progetti proposti per dall'economia, dalla biologia e dalla sociologia, ma spesso si sovrappongono, non essendo mai stati sistematizzati.

  Un altro elemento presente è rappresentato dal costo di transazione che nelle nuove realtà stanno crollando, rendendo più semplice lo sviluppo della comunicazione mediatica e l'aggregazione delle persone, che possono più facilmente organizzarsi con una informalità semplicistica pari a come  preparare una festa di laurea.  "La tradizione" porta a considerare la definizione del "gruppo" come qualcosa di eterogeneo, finalizzato a determinate categorie e differente l'uno dall'altro; ma in realtà la matrice di partenza per qualsiasi forma di gruppo è uguale.

  La caratteristica fondamentale della realtà virtuale è quindi data dalla facilità di organizzarsi.  Nell'ambito del gruppo si creeranno  diversi livelli di priorità,  in ordine alle  difficoltà che si presentano  rappresentati dalla: 1. condivisione, 2. collaborazione, 3. produzione collaborativa.  Se con la condivisione si opera in modo semplicistico attraverso una decisione di aggregarsi o non, la collaborazione crea identità di gruppo,  cioè si sa con chi si sta lavorando. Un semplice esempio di collaborazione è quella del relazionarsi attraverso , e-mail, chat, sms, anche con altri media You-Tube,  crea il senso della comunità ed apre ad nuove tematiche.  La produzione collaborativa è una forma più complessa della collaborazione, perché accresce la tensione tra gli obiettivi di gruppo e quelli individuali.  L'esempio può essere rappresentato da wikipedia  dove il progetto per nascere deve avere la partecipazione di molti individui.  Le fasi successive che si snodano nell'azione collettiva, rappresenta l  a fase più difficile, dove il gruppo diventa fattore critico per il suo successo.

 

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Documento n. 8

 

Azione collettiva

 

 

    Come abbiamo detto dalla condivisione delle informazioni nasce la collaborazione.  La fase su cui farò riferimento in questa mia, è l'azione collettiva del gruppo nella quale gli individui sono incentivati alla crescita o al suo danneggiamento del bene comune.

  Il mercato e lo Stato da soli non bastano per creare lo sviluppo e diffondere il bene comune universale,  quindi sono indispensabili i valori della gratuità e del dono, valori che sono i principi fondamentali della famiglia, cellula costitutiva della società civile.

  Il tema dello sviluppo del bene comune rivestirà nei prossimi anni un'importanza cruciale,  per come combattere la povertà, costruire la pace, difendere l'ambiente, sviluppare il reddito procapite, cercando di eliminare le diseguaglianze mondiali creati dalla globalizzazione, etc.

  Su questi principi di creazione e sviluppo del bene comune, si sono articolate diverse teorie sui comportamenti cooperativi o individuali, Gerrett Hardin trova una sua logica spiegazione attraverso il principio della "tragedia di commons", ovvero la distruzione di risorse naturali senza proprietario, per egoismi individuali.

  Hardin immagina un prato a uso comune in un villaggio di coltivatori, che vi conducono la propria mandria al pascolo, ma gli effetti del pascolo degradano l'area comune, estirpando l'erba e lasciando macchie brulle in cui l'erba ricresce molto lentamente.

Se manca una politica condivisa, per la distribuzione dei diritti al pascolo, al fine di prevedere gli eccessi, l'interesse di ciascuno delle parti starà nel far pascolare il maggior numero di capi possibile al più presto possibile, nel tentativo di trarre il massimo valore del pascolo, prima che degradi in un mare di fango. La tragedia dell'area comune porta a tre risultati:

• Un mare di fango;

• Una figura che con poteri coercitivi imponga una politica di ripartizione dell'area nome del villaggio (soluzione collettivista);

• L'area comune viene suddivisa in vari membri del villaggio che la recingono in modo da difenderla (soluzione privatistica).

 L'azione collettiva impone quindi delle sfide allo status quo, attraverso delle decisioni prese in nome del gruppo, che possono portare anche a delle eventuali e momentanee incomprensioni. L’aspetto importante è rappresentato dai nuovi strumenti sociali e la velocità con cui si possono formare i gruppi.  La facilità di costituzione di un gruppo rappresenta un fattore di un certo peso, soprattutto nella fase di un’azione collettiva, inibito dai costi di transazione, con la nuova problematica correlata al tipologia di aggregazione.  Questi nuovi strumenti danno vita a nuove modalità d’azione il che a sua volta sfida erodendo il monopolio delle organizzazioni sul coordinamento a larga scala.

 L’esempio di una condivisione delle informazioni ed della sua rapida diffusione permette di superare i piccoli ostacoli dettati dalla localizzazione, dalle forme storiche di organizzazione lavorando meno sulla programmazione e molto di più sul coordinamento dell’azione collettiva.  Da questo punto di vista gli strumenti sociali non creano l’azione collettiva, semplicemente ne rimuovono gli ostacoli. Quindi i cambiamenti più significativi non sono basati sulla tecnologia complessa, ma piuttosto su strumenti semplici e facili da usare come: e-mail, cellulare, siti web, dove la maggior parte delle persone può accedere.  I cambiamenti non avvengono quando le persone abbracciano le nuove tecnologie, ma quando adottano nuovi comportamenti.

 

 

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Documento n. 9

 

  Il mercato nella realtà virtuale

 

           Roma, 19 marzo 2012

 

  Partendo dal concetto di azione collettiva, nella realtà  di mercato virtuale si nota che, nel caso  dell'esperienza  di wikipedia non si soffre della "tragedia di commons"?  Sembra che siano tutti pronti a collaborare nella creazione del valore e di crescita del bene comune. Un flusso di lavoro caotico basato su contributi imprevedibili e mal distribuiti, portati da eventi e utenti non esperti, agiscono con motivazioni diverse, creando spontaneamente una risorsa di enorme valore.

  Tutto ciò, dà origine naturalmente una semplificazione nel processo di direzione, superando problemi di gestione classica dell'organizzazione, ponendo il quesito sulla necessità di un "organo" di coordinamento, visto che tale principio può essere adottato su un mercato a costi di transazione quasi nulli.

  Torniamo sempre all'idea dettata da Don Tapscott, credere ad una nuova formula economica basata sulla wikeconomic.  Del resto anche Ronald H. Coase premio nobel per l'economia 1991,  elaborò una nuova teoria dell'impresa (1937)  costruita sul principio della possibilità  scambi di valore direttamente sul mercato.  Tale teoria è stata recentemente ulteriormente approfondita da Yochai Benkler, che ha esteso questo argomento (2006) nel suo testo "La ricchezza della rete: come produzione sociale trasforma il mercato e la libertà".

  Il teorema di Coase (1960) porta a dimostrare che attraverso il mercato si possa giungere all'efficienza,  intesa come somma netta del benessere sociale superiore a quella che si ottenere con l'intervento dello Stato o altra regolamentazione.  Tutto questo è possibile nel caso di costi di negoziazione e di transazione siano nulli, portando a delle contrattazioni efficienti dal punto di vista sociale (dette Pareto - efficienti).   Quindi  "mutandis mutandis" la formulazione trasferita su un mercato di "mondi digitali",  laminerebbe in modo naturale gli effetti distorsivi date dalle "esternalità".  In parte tali impatti negativi e positivi nei  confronti di altri agenti economici (esternalità) possono essere superati attraverso l'intervento di "un'imposta pigouniana".

  Quindi l'ambiente virtuale con dei meccanismi di autoregolamentazione porterà ovviamente ad avere una maggiore efficienza del mercato, data anche la possibilità di operare scelte più attente a costi nulli e contribuire a collaborare in un ambiente dove l'aggregazione è incredibilmente semplice.  Tutto questo crea indubbiamente una economia di mercato il cui beneficio ne traggono chi vi partecipa, producendo nuove opportunità di lavoro, al contrario chi rinuncia all'aggiornamento,  con il tempo avrà la perdita del lavoro,  rientrando nella terribile logica del cambiamento.

  Se consideriamo i monaci certosini che nei secoli hanno riempito in forma amanuense libri, fornendo cultura e dando notevole beneficio per la società, permettendo così ad un numero ristretto di persone di poter analizzare la storia non più in forma parlata ma scritta, sono scomparsi come professione nel momento in cui avvenne,  la scoperta dell'invenzione dei caratteri mobili della stampa (1450) di Johanes Gutenberg, che eliminò una massa di lavoro manuale e permise la diffusione della conoscenza attraverso la  diffusione generalizzata della carta stampata,  vivacizzando attraverso essa, lo studio; valorizzando editori ed  agevolando insegnanti,  sviluppando la ricerca scientifica.

  A tale spinta innovativa contribuì Aldo Manuzio  (1449 - 1515) esperto tipografo che riuscì a rendere "tascabili i libri introducendo il così detto "formato ottavo", importantissimo per la sua agevolezza e manualità data dalla sua piccola dimensione. L'intuizione di Manuzio  fu quella di portare avanti un miglioramento di ciò che era stato già fatto, partendo dal principio che il futuro appartiene a chi dà per scontato il presente.

 

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Roma, 26 marzo 2012

 

   DOCUMENTO n. 10

 

   La conoscenza come bene comune

    

   A questo punto dovremo Analizzare attraverso il passaggio da Johanes Gutenberg (1450), alla nostra realtà della cyber-cultura, la conoscenza come "bene comune".

   Il concetto di bene comune è tradizionalmente associato ad un appezzamento di terra ed alla presunta "tragedia di Hardin" che scaturisce dal suo sfruttamento eccessivo da parte degli individui.

   Vi è però una differenza tra i beni comuni legati alle risorse naturali, come la terra etc. ed i beni comuni non tangibili come le informazioni e le opere creative.  I beni comuni presentano una variabilità molto articolata che si possono descrivere mediante un complesso di principi fissi e universali.  In effetti la logica che lega la valutazione di un bene secondo la teoria economica è rappresentato dalla sua alienabilità,  s'incontra difficoltà se la valutazione effettiva di un bene ha una causalità che non permette la sua vendita.

   Nasce così la difficoltà di raccogliere tutto in un modello secondo una logica economica, ma rende necessario una forma nuova in cui subentrino elementi diversi di valutazione,  etici e sociali. Quindi la matrice per valutare il bene comune non rientra in un campo estremamente ristretto come il calcolo di un PIL o di un fatturato aziendale, ma elementi più ricchi più qualitativamente difficili da misurare come la legittimità morale, il consenso e l'equità sociale, la sostenibilità ecologica etc.

   In tal senso si sta sviluppando un dibattito per identificare i beni comuni con un doppio effetto: nuove considerazioni nel concetto di bene comune come formula culturale nuova sia descrittiva che espressiva.  Descrittiva perché  identifica il governo delle comunità, espressiva perché il linguaggio dei beni comuni può essere rivendicato tra le persone e le risorse nonché la solidarietà sociale.

   Lo sviluppo del dibattito del bene comune, soltanto di recente si è iniziato a considerarlo con dei collegamenti intellettuali,  persino tra persone che avevano interessi competitivi tra loro, ma che in realtà condividevano degli  interessi politici comuni.

   Del resto se consideriamo alcuni dei fenomeni come,  il calo demografico, l'inquinamento dei corsi d'acqua ed atmosferico, sono tra loro interconnessi. Questo ha permesso di creare una nuova piattaforma  culturale che ha dato origine a dei movimenti sociali diversificati, quali gli ambientalisti  i difensori delle foreste, della botanica etc.  Quindi considerando il bene comune dell'informazione, possiamo permettere di definire ed organizzare un gruppo di nuovi fenomeni, come la pratica discorsiva, fornendo un linguaggio pubblico per parlare della politica della creatività e della conoscenza.

   A questo punto mi chiedo se i "beni comuni" dovrebbero essere per loro natura sotto una legge di etica sociale fondamentale e vincolante per tutti?  Anche la collettività gli andrebbe riconosciuta anticipatamente le informazioni per la gestione  bene comune che devono superare gli interessi di mercato e dello Stato.  In questo caso si arriva ad un altra struttura politica molto più attenta alla funzione della delega.  Perché per anni si è permesso di far fiorire e sviluppare l'economia del tabacco, nascondendo le informazioni reali dei pericoli provenienti da esso e favorendo delle imprese che le producevano? Non si è forse violata l'etica sociale e perché nel costruire centrali nucleari si è sempre parlato di livelli  accettabili di sicurezza nella progettazione, sempre nell'ottica di un'analisi costi benefici imponendo un'etica di opinione pubblica.

   La logica politica della gestione dei beni comuni andrà sempre di più salvaguardata, perché spess

 

 


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