Intelligenza collettiva

Nel documento n. 5 ho insistito sul concetto dettato da Don Tapscott della collaborazione di massa.  In effetti, i fatti dimostrano come molte collaborazioni nate da un’insieme di idee provenienti da diversi luoghi della terra abbiano portato (grazie alla attuale tecnologia di comunicazione mediatica) a delle scoperte innovative importanti fino a pochi anni fa, impensabili da raggiungere in così breve tempo.

Ciò che nella maggior parte dei casi viene subito percepito, sono i risultati,  poi da qui,  si avvalora chi ha partecipato, lo sforzo comune, le possibilità di business, i passaggi successivi per ulteriori scoperte, etc. Ma qual’ è la radice per cui emerge questa forte tendenza di collaborazione ?

Indubbiamente dall’intelligenza, come intende Lévy, è l’unione delle facoltà cognitive, ovvero la capacità di percepire, imparare, immaginare e ricordare.  L’esercizio di queste facoltà cognitive implica sempre una partecipazione collettiva e sociale.  Noi non pensiamo mai da soli, ma sempre nel contesto di un dialogo a due o più voci reali o immaginarie. Le nostre facoltà mentali sono, quindi in funzione della partecipazione a comunità viventi con reali problemi connessi.

Le conoscenze, valori e strumenti, trasmessi attraverso la cultura costituiscono la base intellettuale e morale su cui partono i pensieri individuali si sviluppano e si modificano, producendo spesso soluzioni importanti. La cultura rappresenta quindi,  il vero volano che permette d implementare le nostre facoltà cognitive.   Da qui le nuove tecnologie libere nel cyberspazio permettono di creare sinergie della conoscenza ed aiutano a creare “un’intelligenza collettiva”, definizione di Lévy.

Come ho già avuto modo di scrivere nella precedente corrispondenza, i media classici partono con una comunicazione univoca uno – tutti,  in cui i percettori sono elementi passivi, isolati gli uni dagli altri.  Nel cyberspazio, invece, il rapporto è tutti a tutti, ciascuno è potenzialmente emittente e ricevente in uno spazio qualitativamente differenziato, non rigido, regolato dai partecipanti.

Le persone non si conoscono per i vari nomi o per la loro collocazione geografica o sociale, ma in base a dei comuni interessi, il collante comune del sapere, con la ricerca utilitaristica delle informazioni, alimentato da un percorso intellettuale.  Si migra così, attraverso un passaggio graduale,  dall’intelligenza collettiva al collettivo intelligente.

Ragionando in termini d’impatto, la scelta non si pone più tra la nostalgia di un reale datato e un virtuale ostile o piacevole,  ma tra diverse concezioni del virtuale.   O il cyberspazio produrrà la spettacolarità del consumo commerciale, assorbendo la logica del reale, oppure dovremo assecondare le tendenze evolutive positive in corso, dando sostegno al progetto del collettivo intelligente.

Per cui tornando hai concetti di Don Tapscott nella wikinomimics, la burocrazia e le altre forme organizzative  autoritarie, non permettono una crescita spontaneistica dell’intelligenza se non incanalata da un progetto che, viene imposto dall’alto, non produce cultura e non sprona a pensare con la propria testa, ma rimane la soggettivazione ai media ed allo status quo.

Sembra assurdo, ma i primi a cogliere il senso dell’intelligenza unica,  furono i filosofi arabi Averroè (1126) in seguito anche i persiani ed ebrei, che tematizzarono l’idea dell’intelligenza unica e separata,  la stessa per tutto il genere umano, che può essere considerata un intelletto comune, una coscienza collettiva.  Da questo concetto fondamentale deriva la “democrazia elettronica” di cui Ti accennavo nelle mie prime lettere tematiche.

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