La conoscenza come bene comune

A questo punto dovremo Analizzare attraverso il passaggio da Johanes Gutenberg (1450), alla nostra realtà della cyber-cultura, la conoscenza come “bene comune”.

Il concetto di bene comune è tradizionalmente associato ad un appezzamento di terra ed alla presunta “tragedia di Hardin” che scaturisce dal suo sfruttamento eccessivo da parte degli individui.

Vi è però una differenza tra i beni comuni legati alle risorse naturali, come la terra etc. ed i beni comuni non tangibili come le informazioni e le opere creative.  I beni comuni presentano una variabilità molto articolata che si possono descrivere mediante un complesso di principi fissi e universali.  In effetti la logica che lega la valutazione di un bene secondo la teoria economica è rappresentato dalla sua alienabilità,  s’incontra difficoltà se la valutazione effettiva di un bene ha una causalità che non permette la sua vendita.

Nasce così la difficoltà di raccogliere tutto in un modello secondo una logica economica, ma rende necessario una forma nuova in cui subentrino elementi diversi di valutazione,  etici e sociali. Quindi la matrice per valutare il bene comune non rientra in un campo estremamente ristretto come il calcolo di un PIL o di un fatturato aziendale, ma elementi più ricchi più qualitativamente difficili da misurare come la legittimità morale, il consenso e l’equità sociale, la sostenibilità ecologica etc.

In tal senso si sta sviluppando un dibattito per identificare i beni comuni con un doppio effetto: nuove considerazioni nel concetto di bene comune come formula culturale nuova sia descrittiva che espressiva.  Descrittiva perché  identifica il governo delle comunità, espressiva perché il linguaggio dei beni comuni può essere rivendicato tra le persone e le risorse nonché la solidarietà sociale.

Lo sviluppo del dibattito del bene comune, soltanto di recente si è iniziato a considerarlo con dei collegamenti intellettuali,  persino tra persone che avevano interessi competitivi tra loro, ma che in realtà condividevano degli  interessi politici comuni.

Del resto se consideriamo alcuni dei fenomeni come,  il calo demografico, l’inquinamento dei corsi d’acqua ed atmosferico, sono tra loro interconnessi. Questo ha permesso di creare una nuova piattaforma  culturale che ha dato origine a dei movimenti sociali diversificati, quali gli ambientalisti  i difensori delle foreste, della botanica etc.  Quindi considerando il bene comune dell’informazione, possiamo permettere di definire ed organizzare un gruppo di nuovi fenomeni, come la pratica discorsiva, fornendo un linguaggio pubblico per parlare della politica della creatività e della conoscenza.

A questo punto mi chiedo se i “beni comuni” dovrebbero essere per loro natura sotto una legge di etica sociale fondamentale e vincolante per tutti?  Anche la collettività gli andrebbe riconosciuta anticipatamente le informazioni per la gestione  bene comune che devono superare gli interessi di mercato e dello Stato.  In questo caso si arriva ad un altra struttura politica molto più attenta alla funzione della delega.  Perché per anni si è permesso di far fiorire e sviluppare l’economia del tabacco, nascondendo le informazioni reali dei pericoli provenienti da esso e favorendo delle imprese che le producevano? Non si è forse violata l’etica sociale e perché nel costruire centrali nucleari si è sempre parlato di livelli  accettabili di sicurezza nella progettazione, sempre nell’ottica di un’analisi costi benefici imponendo un’etica di opinione pubblica.

La logica politica della gestione dei beni comuni andrà sempre di più salvaguardata, perché spess

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *